Ottimismo e pessimismo: due modi diametralmente opposti di guardare alla vita

da | 6 Gen 2021

Ottimismo e pessimismo: due modi diametralmente opposti di affrontare la vita

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Ottimismo e pessimismo sono due modi diametralmente opposti di guardare alla vita. Le persone pessimiste sono più inclini alla depressione e tendono ad avere una salute più cagionevole e un minor successo professionale. Gli ottimisti, invece, dopo una sconfitta, una perdita o un fallimento non si scoraggiano ma continuano a perseverare in quanto percepiscono le situazioni negative come sfide da sostenere e gli ostacoli come superabili.

Cosa differenzia i pessimisti dagli ottimisti

Di fronte alle avversità dell’esistenza i pessimisti tendono a credere che gli eventi negativi durino a lungo, pervadano ogni ambito della propria esistenza e siano la conseguenza di colpe personali. Al contrario, gli ottimisti pensano che le difficoltà e le sconfitte siano eventi temporanei causati da circostanze specifiche. Del resto, è proprio il modo in cui spieghiamo a noi stessi gli eventi della vita che ci  rende impotenti oppure ci fornisce la forza di fronteggiare anche le avversità peggiori.

Convenzionalmente, riteniamo che il successo sia dato da una combinazione di talento e desiderio mentre spieghiamo il fallimento o con la mancanza di talento o per l’assenza di desiderio. Ciononostante, il fallimento può anche capitare quando il talento e il desiderio sono presenti, ma manca l’ottimismo, caratteristica essenziale degli individui persistenti,  che non si arrendono alle prime difficoltà.

L’impotenza: lo stato psicologico alla base del pessimismo

È vero, l’esistenza umana comincia in un totale stato di impotenza e talvolta ci ritroviamo, negli ultimi anni di vita, a dover convivere con la nostra fragilità e vulnerabilità.

Quando, però, sopravvalutiamo la nostra impotenza, altre forze finiranno con l’assumere il controllo della nostra vita, condizionandone il futuro. Carl Gustav Jung, uno dei più profondi conoscitori dell’animo umano, a questo riguardo, afferma: “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”. Se abitualmente crediamo, come fanno i pessimisti, che la colpa delle avversità sia nostra, che gli eventi negativi siano permanenti e che finiranno col funestare ogni aspetto della nostra esistenza, subiremo più sventure di quanto succederebbe qualora utilizzassimo una differente modalità di pensiero. Queste credenze portano con più facilità alla depressione e generano un peggiore stato di salute, anche perché le profezie dei pessimisti spesso si autoadempiono.

Pessimismo e impotenza appresa come concause fondamentali della depressione

Il pessimismo è il fondamento del pensiero che caratterizza la depressione. Un concetto negativo del futuro, di sé e del mondo deriva dal considerare le cause degli eventi negativi come permanenti, pervasive e personali e dal vedere le cause degli eventi positivi in modo opposto. Secondo gli studi di Martin E. P. Seligman, l’impotenza appresa, ovvero la credenza nella futilità e nella scarsa importanza delle proprie azioni, può essere considerata una delle principali cause della depressione. Essa diventa depressione quando la persona che esperisce il fallimento è anche pessimista. Il fattore decisivo di questo processo è la speranza o la sua assenza. Mentre negli ottimisti il fallimento produce solo una temporanea e comprensibile demoralizzazione, il pessimismo ci conduce con più facilità alla depressione, ci fa ottenere meno successo professionale di quanto consentirebbe il nostro reale talento e genera un peggiore stato di salute psicofisica.

Il grande modulatore dell’impotenza appresa è lo stile esplicativo, che si caratterizza da per dimensioni cruciali: la permanenza, la pervasività e la personalizzazione. Si tratta del modo in cui abitualmente spieghiamo a noi stessi perché accadono gli eventi. Uno stile esplicativo ottimistico interrompe lo stato di impotenza, mentre uno stile esplicativo pessimistico lo amplifica e lo diffonde.

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L’affermazione dell’individualismo e il declino del senso comunitario

La società contemporanea esalta e attribuisce un’importanza senza precedenti alla gioia e al dolore, ai successi e ai fallimenti personali. L’affermazione dell’individuo è però coincisa con il declino del senso comunitario e con la perdita di obiettivi condivisi, carichi di senso e di significato, più elevati, tutte condizioni che hanno costituito un fertile terreno per lo sviluppo della depressione. L’attuale dilagare della depressione deriva prevalentemente dall’affermarsi dell’individualismo e dal conseguente declino dell’impegno per il bene comune. Diversamente da quanto ritiene il punto di vista dominante, ottimismo e pessimismo influiscono fortemente sulla nostra salute fisica e mentale. Le ricerche confermano, infatti, che lo stato psicologico influisce e modifica perfino le risposte immunitarie.

Il ruolo del pessimismo: ricondurci e mantenerci ancorati alla realtà

Se il pessimismo fosse stato del tutto disfunzionale, probabilmente sarebbe stato eliminato nel processo dell’evoluzione umana, ma così non è stato. Secondo Seligman, il suo ruolo è quello di aiutarci a valutare meglio la realtà, mantenendoci ancorati ad essa. Le persone depresse, infatti, sono più sagge e giudicano accuratamente il proprio livello di controllo sugli eventi, a differenza degli ottimisti che credono di avere molto più controllo sugli eventi di quanto effettivamente ne abbiano. L’evoluzione ha “premiato” con la sopravvivenza chi è riuscito a preoccuparsi senza soluzione di continuità del futuro e dei possibili eventi negativi, e questo retaggio ancestrale emerge ancora oggi in molteplici aspetti della vita odierna. Ad esempio, un’azienda, per evitare un possibile fallimento, avrà bisogno dell’apporto sia di ottimisti “visionari” sia di pessimisti che sappiano valutare con accuratezza la realtà. Come in un’azienda, anche nella vita, più in generale, è auspicabile possedere un po’ di occasionale pessimismo, una sorta di ottimismo flessibile. La genialità dell’evoluzione risiede, infatti, proprio nella tensione dinamica tra ottimismo e pessimismo e nel modo in cui queste due dimensioni continuamente interagiscono e si correggono reciprocamente.

Non si tratta, quindi, di avere un ottimismo assoluto e incondizionato. L’ottimismo più saggio, infatti, è quello flessibile, che non ci impedisce di ricorrere a un sano realismo quando necessario.Se, ad esempio, abbiamo bevuto troppo a cena, non è certo il caso di metterci ottimisticamente alla guida!

Le tre dimensioni chiave dello stile esplicativo: permanenza, pervasività e personalizzazione

Lo stile esplicativo è il modo in cui abitualmente spieghiamo a noi stessi perché accadono gli eventi. Uno stile esplicativo ottimistico interrompe lo stato di impotenza, mentre uno stile esplicativo pessimistico lo amplifica. Si tratta di un’abitudine di pensiero che scaturisce direttamente dalla visione che abbiamo del nostro posizionamento nel mondo: se pensiamo, in altri termini, di essere persone di valore e meritevoli oppure indegne e immeritevoli. Lo stile esplicativo è ciò che ci qualifica come ottimisti o pessimisti, si presenta in forma stabile già in tenera età ed è principalmente legato allo stile esplicativo trasmesso dagli adulti, alle loro critiche e alle crisi vissute in età precoce.

Lo stile esplicativo si caratterizza per la presenza di tre dimensioni fondamentali:

  • Permanenza: le persone che si arrendono facilmente credono che le cause degli eventi negativi che capitano loro siano permanenti, ovvero pensano che tali eventi dureranno per sempre e incideranno permanentemente sulla loro vita. All’opposto, le persone che resistono all’impotenza credono che le cause degli eventi negativi siano temporanee. Chi ha uno stile esplicativo pessimistico e permanente pensa agli eventi negativi in termini di sempre e mai e li vede come elementi costanti, mentre chi ha uno stile esplicativo ottimistico pensa ad essi in termini di talvolta e ultimamente e li attribuisce a condizioni temporanee. All’opposto, le persone ottimiste spiegano gli eventi positivi attribuendoli a cause permanenti, i pessimisti individuano, invece, cause transitorie.
  • Pervasività: se la permanenza riguarda il tempo, la pervasività concerne lo spazio. Le persone che forniscono spiegazioni universali ai loro fallimenti, quando sperimentano l’insuccesso in un’area si arrendono anche su ogni altro aspetto dell’esistenza. Viceversa, le persone che danno spiegazioni specifiche possono essere impotenti nel campo in cui hanno sperimentato l’insuccesso, ma mantenersi risolute e assertive in altri ambiti della vita. L’ottimista crede che gli eventi negativi abbiano cause specifiche e che gli eventi positivi si manifesteranno in ogni cosa che farà, mentre il pessimista crede che gli eventi negativi abbiano cause universali e che gli eventi positivi siano causati da fattori specifici. Pervasività e permanenza nel nostro stile esplicativo determinano l’avere o non avere speranza. Trovare cause temporanee e specifiche alle avversità è l’arte della speranza.
  • Personalizzazione: quando si manifestano degli eventi negativi possiamo accusare noi stessi (internalizzare) o gli altri (esternalizzare). Le persone che si autoaccusano quando falliscono hanno, come conseguenza, bassa autostima, contrariamente a chi attribuisce gli eventi negativi a fattori esterni. Le persone che credono di essere causa degli eventi positivi tendono ad amare se stesse più delle persone che credono che gli eventi positivi siano da attribuire ad altre persone o a circostanze fortuite. Non tutte le persone dovrebbero cambiare le proprie credenze da interne a esterne in quanto il rischio più immediato è quello di deresponsabilizzarsi. C’è, tuttavia, una condizione imprescindibile che legittima questo cambiamento: la depressione. Le persone depresse, infatti, spesso si assumono la responsabilità degli eventi negativi in maniera ingiustificata.

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