Il viaggio di Anthos

da | 10 Gen 2021

Il viaggio di Anthos

Tempo di Lettura: 6 minuti

Nella fiaba che vi presento, dal titolo «Il viaggio di Anthos», scritta nel corso di un laboratorio di crescita personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, l’autrice, Antonella Maria Piazza, ci descrive, attraverso il sogno di Anthos, un piccolo e timoroso fiore di sottobosco, le difficoltà e al contempo la grande gioia insite nel vedere oltre, nell’andare altrove, oltrepassando limiti e confini personali.

Avere salde e profonde radici ci può fornire un temporaneo senso di sicurezza ma spesso ci trattiene e ci impedisce di conoscere e vedere oltre. Vale sempre la pena, pertanto, perdere e rinunciare a una parte di sé se questo ci aiuta a superare i nostri limiti e condizionamenti e a scoprire nuovi orizzonti. 

Vedere oltre significa cogliere l’unicità e l’autenticità delle persone. Bisogna, allora, allenare il cuore, la mente, il corpo e le emozioni ad accogliere un’esperienza di realtà molto più ampia, di cui lo sguardo, non solo nel senso fisico, è il primo contatto. Solo così si impara a rinunciare a soffermarsi su ciò che la sola vista può notare: gli errori, i difetti, tutto quello che non corrisponde ai canoni di chi osserva.

IL VIAGGIO DI ANTHOS

C’era una volta… Anthos, un fiore che sognava, fin da bocciolo, di poter vedere il mondo per scoprire cosa ci fosse oltre l’orizzonte, per superare i propri confini e vincere i propri limiti.

Anthos era un fiore profumato. Il suo odore ricorda un po’ la zagara e il gelsomino quando la rugiada, alle prime luci dell’alba, li rende scintillanti nel loro candore e intensi nella loro persistenza. Anthos era un fiore del sottobosco, che non appariva e non si mostrava, timido e nascosto come le viole, la cui bellezza si celava agli occhi dei più, ma quando ci si avvicinava, se ne percepiva il profumo. Non era semplice trovarlo: bisognava andare a cercarlo. Come lui ce ne erano tanti, di fiori sparsi nel sottobosco, circondati dalle ombre ma che si nutrivano e vivevano anche del più flebile raggio di sole che è pur sempre luce.

Anthos ha sempre sognato di vedere oltre, di andare altrove, di superare il suo orizzonte e di oltrepassare i suoi limiti… ma aveva un problema: le sue radici, che non gli permettevano di alzarsi in volo, nonostante il suo anelare, nonostante tutti i suoi sforzi. Perché non riusciva a crescere ancora, ad alzarsi più di così?

Amava ascoltare dal vento tutte le storie che gli veniva a raccontare ogni volta che tornava dai suoi viaggi. Storie di uomini, di viaggi, di scoperte, storie di luci, storie di streghe e storie di fate, di grandi villaggi e oceani sconfinati.

«Ma dove si trova tutto questo?» chiedeva ogni volta il piccolo fiore «Da dove arrivano tutte queste storie?» «Dall’altrove» rispondeva il vento, agitando le fronde degli alberi intorno a lui, «dove c’è altro da scoprire. È un mondo diverso da qui, dove abiti protetto dal sottobosco. Né migliore, né peggiore… solo diverso».

Anthos non sapeva come fare per riuscire a vedere al di là delle cime degli alti alberi. Come avrebbe potuto vedere il mondo dove abitano gli altri? Come e chi conoscere? Come e cosa imparare? “Come potrei crescere se continuo a restare nel sottobosco?” si chiedeva.

«Cosa c’è che non va?» chiese lo scoiattolo. Il vento era stato da lui e gli aveva raccontato del sogno di Anthos, riferendogli del grande desiderio di quel piccolo e timoroso fiore. Niente chiasso, poco rumore, solo il suono dei petali della sua corolla che si stiracchiavano al mattino davanti al primo raggio di sole, accolto come un abbraccio o una carezza.

E stava bene quel piccolo fiore, anche grazie a quell’unico raggio di sole. E gli bastava o almeno gli era bastato per un po’ venire a sapere cosa c’era o cosa accadeva nel mondo là fuori. Ogni volta che il suo amico Zefiro tornava, gli raccontava storie sempre più avvincenti, strabilianti, tristi, deprimenti, passionali, fantastiche e mille e più storie… e mille e più domande si poneva Anthos.

«Perché non riesco a vedere? Perché non posso andare anche io altrove da qui?» «Perché hai radici profonde» rispose lo scoiattolo «…e poi non sai volare» aggiunse il cardellino.

Anthos si rattristò moltissimo a sentire quelle parole e finse che fossero gocce di rugiada, i rivoli che scorrevano dalla corolla lungo lo stelo, sulle foglie fino a toccare terra e arrivare alle radici.

«Le asciugherò io» disse Zefiro. «Ti libererò io» aggiunse lo scoiattolo «ma soffrirai. Farà male. Dovrò tagliare il tuo stelo per staccarti dalle radici e per questo perderai molta linfa e potresti non sopravvivere».

«Vale la pena di perdere un po’ di sé, lasciare andare qualche pezzo per sempre, per andare altrove a scoprire nuovi orizzonti e imparare a superare i propri limiti» disse Anthos rivolgendosi allo scoiattolo. «Allora farò come vuoi. Ti libererò dalle radici che ti trattengono qui e ti impediscono di vedere oltre. Sappi però che potresti cadere a terra e morire, marcire con tutti i tuoi semi non ancora maturi. Così perderesti tutto» lo mise in guardia lo scoiattolo.

«Sono pronto. Non ho paura del buio. Conosco già la notte nera, senza stelle e senza luna. Basterà chiudere gli occhi e trovare pace, come sempre, nella mia luce. Ti prego, scoiattolo liberami adesso. Non voglio più aspettare. Adesso sono pronto. Adesso voglio andare». E lo scoiattolo fece come aveva detto Anthos.

Piano piano, cercando di non fargli troppo male, cominciò a rosicchiare lo stelo. «Non così! Togli tutto, lasciami solo due foglie, mi faranno da ali e mi aiuteranno lungo il viaggio, se mai riuscirò a volare» aggiunse Anthos. «Di questo non devi preoccuparti, piccolo fiore» disse il vento «ti solleverò io e viaggerai con me. Ovunque sarai, sentiranno il tuo profumo e capiranno chi sei, anche se non ti dovessero vedere».

«Così sia!» disse allora lo scoiattolo, recidendo d’un botto lo stelo, con la speranza di non avere arrecato troppo dolore all’amico fiore.

«Nessuno sentirà la tua voce. Non hai niente da dire. Non conosci che poche parole, poche emozioni, poche cose rispetto alla vastità del mondo. Cosa vuoi andare a fare in giro per il mondo? Non sai nemmeno volare da solo» disse il cardellino per farlo desistere, ma mentre lui parlava Anthos aveva già iniziato ad alzarsi in volo, sospinto dal suo amico Zefiro e grazie alle sue ali da fiore.

Uscendo fuori dal bosco fu sommerso dalla luce, accarezzato dall’aria fresca e poté vedere le nuvole da vicino… erano così soffici e paffute! Non sembravano essere così, viste attraverso le fronde degli alberi. E vide fiumi tuffarsi in mare, pur sgorgando da cime altissime. Udì tanti suoni nuovi, tante parole, tanti rumori. Conobbe altri fiori, altri esseri viventi e apprese le loro culture, le tradizioni. Si stupì a scoprire così tante meraviglie che quasi non pensava più alle sue radici, lasciate là sotto quell’abete centenario con le cui radici si erano intrecciate le sue.

Venne il tempo in cui Zefiro, ormai stanco sentì il bisogno di andare a riposare nel bosco dove si erano conosciuti. Prima di andare, però, Zefiro si preoccupò di affidare Anthos a un suo amico, perché gli mostrasse quella parte di mondo che non aveva ancora visitato.

Così Anthos si rimise in viaggio e, suo malgrado, conobbe la devastazione, la violenza, l’indifferenza, la fame, l’egoismo, l’intolleranza, l’ingiustizia, lo strazio negli occhi dell’altro. E soffrì del loro dolore, riuscendo a entrare nel cuore di ciascuno attraverso lo sguardo che tocca l’anima. E si lacerarono le foglie, si bucò la corolla e per sempre perse qualche petalo. Sembrò quasi non ci fosse più linfa.

Il vento di guerra gli aveva mostrato la parte buia del cielo, il lato oscuro del mondo.

«Perché ho lasciato le mie salde e profonde radici? Perché ho dovuto conoscere anche questo? Perché non posso restare nella parte luminosa del mondo?”» si chiese Anthos. Si interrogò a lungo, mentre le ferite si rimarginavano. Perché Anthos rifletteva a occhi chiusi e dentro di sé ritrovava sempre la stessa luce, nonostante fuori fosse buio pesto. E piano piano, lentamente gli strappi divennero cicatrici, belle e preziose come merletti e lucenti come ragnatele al sole.

Aprì gli occhi e finalmente riuscì a vedere la sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua.

«Durante questo viaggio ho imparato tanto. Da ogni cosa ho tratto un insegnamento. Dal fiume che si getta a valle per raggiungere l’oceano ho imparato l’umiltà. Dalle tante parole ascoltate ho imparato a discernere quelle piene da quelle vuote e a valutarne il peso reale. Ho compreso il valore e il significato dei gesti, anche quelli apparentemente più piccoli e insignificanti. Il vento di guerra mi ha insegnato che le ferite, anche quelle più profonde, si rimarginano e che la vera bellezza sta nelle cicatrici. Tutto ciò che ho perso, tutto ciò a cui ho rinunciato, ogni vuoto, ogni lacerazione, tutti i tagli profondi e le lievi ferite mi hanno trasformato, come farebbe uno scultore con un sasso informe. Adesso so cosa fare. Adesso so cosa voglio. La mia esperienza sarà utile altrove, ovunque il vento mi porterà, adesso che i semi sono maturi.»

 

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