Il salto di Dodo

da | 3 Gen 2021

Il salto di Dodo

Tempo di Lettura: 4 minuti

Nella fiaba che vi presento, dal titolo «Il salto di Dodo», scritta nel corso di un laboratorio di crescita personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, l’autrice, Francesca Fioroni, ci mostra come spesso uscire fuori dalla propria zona di comfort, affrontando le proprie paure più recondite, rappresenti l’incipit del proprio processo di individuazione, il primo viatico per la riscoperta della propria unicità e del proprio più autentico.

IL SALTO DI DODO

C’era una volta un piccolo ranocchio che viveva in un bellissimo stagno. L’acqua era fresca, fangosa al punto giusto per giocare a rotolarsi un po’ lì in mezzo, a sentire sulla sua pelle verde la cremosità, la morbidezza di quella melma piacevole, trasformarsi in una coperta dura, un guscio con il quale immaginare di essere una sua compagna di stagno: la tartarughina.

Il piccolo ranocchio Dodo veniva accudito con amore dalla mamma ranocchia; la tartarughina Tatà era una perfetta compagna di giochi, il boschetto era verde e ventilato, il cielo azzurro e puro. Dodo era il ranocchietto più felice della Terra.

Un giorno arrivò allo stagno una famiglia di ranocchi: trovò l’ambiente consono alle proprie esigenze, scelse una bella e comoda roccia affiorante, una parte di canneto ben ombreggiata e adatta come nascondiglio, e si stabilì lì.

Dodo, che non aveva mai visto altri ranocchi in vita sua, fu molto felice dell’arrivo dei suoi simili. Eccola là, la mamma ranocchia, accovacciata sulla tonda roccia, intenta a scrutare con gli occhioni attenti la loro nuova casa. E più in là, bello grosso e con un’aria spavalda, c’era il papà ranocchio, che, dal canneto, si guardava intorno non nascondendo l’orgoglio per la propria scelta. Sì, quello stagno era l’ideale.

Dodo si accorse di due piccoli ranocchi che riposavano all’ombra di una foglia. Che bello! Nuovi compagni di gioco! Sai come si sarebbe divertito con loro e con la tartaruga Tatà!

Insieme, si avvicinarono per fare conoscenza con i due fratellini ranocchi, armati di un bel sorriso sdentato e tanta voglia di stare insieme.

I due fratellini ranocchi, stufi di giocare sempre e solo tra di loro, fecero letteralmente salti di gioia alla proposta di Dodo e Tatà. Avrebbero fatto gare di nuoto, gare di salti, dato la caccia a pericolosissimi e agguerritissimi insetti, si sarebbero nascosti nel canneto…

Papà ranocchio, però, che aveva continuato a sorvegliare quatto quatto dal canneto, a quel punto fece un grande balzo e, con voce tonante, disse: «Figli miei, vi proibisco di giocare con questo… come si chiama? Dodo? Non vi dovete nemmeno avvicinare, non va bene per voi, non è proprio adatto e, in più, direi che rovina decisamente la bellezza e la perfezione di questo posto che ho scelto per noi!». 

I figli ranocchi si guardarono sconcertati e increduli. Non capivano perché non fosse concesso loro di approfittare di quella fortuna. Il sorriso sdentato di Dodo e Tatà si trasformò in una smorfia di dispiacere, e tutto il loro entusiasmo si spense.

Di fronte a questo silenzio, papà ranocchio spiegò: «Ma come? Non vedete? Questo Esserino, a forza di stare in compagnia della tartaruga, non ha imparato a saltare! Si trascina sulle zampe! Che vergogna! Non vorrete mica fare la stessa fine?». I quattro animaletti si guardarono, e in quel momento Dodo prese coscienza che lui, no … non sapeva saltare! Per Tatà era normale trascinarsi sulle zampe, ma per lui no! Per i due fratellini ranocchi era normale saltare, ma per lui sempre no! Era un ranocchio che non sapeva saltare! E che razza di ranocchio sei, se non sai saltare?

A nulla servirono le parole rassicuranti di mamma ranocchia: non importava che non sapesse saltare, lei lo avrebbe amato ugualmente!

A nulla servirono le parole rassicuranti dell’amica Tatà: non importava che non sapesse saltare, avrebbero continuato a giocare insieme strisciando, come avevano sempre fatto!

Ma per Dodo non era sufficiente essere amato dalla mamma e giocare come al solito con Tatà. Voleva essere un ranocchio a tutti  gli effetti! Voleva poter rotolarsi nella melma, voleva poter nuotare e voleva poter saltare! Saltare con i suoi simili! Come i suoi simili!

Affranto e insoddisfatto, decise di allontanarsi dallo stagno. Visto che si comportava da tartaruga, e tartaruga non era; visto che era un ranocchio, ma ranocchio non sapeva essere, tanto valeva andare lontano, via da lì, da quel posto dove lui non era più niente.

Trascina e trascina e trascina quel suo corpicino che iniziava a detestare, arrivò davanti a una grotta dall’entrata stretta e buia, da cui provenivano lamenti e suoni inquietanti.

Dodo, per un momento, aveva pensato di proseguire dritto per la sua strada: aveva già tanti problemi suoi! E poi, che paura! Ma … se ci fosse stato qualcuno triste e solo come lui, lì dentro?

Dodo, che fino ad allora era cresciuto sempre circondato dall’amore e dall’amicizia, pensò che forse valesse la pena correre il rischio di affacciarsi in quella grotta: non poteva andarsene con quel peso sul suo cuore generoso. Vinse la paura del buio, la paura dell’ignoto, la paura dello sconosciuto personaggio che si trovava nella grotta, ed entrò.

Una voce, aggressiva ma triste, chiese: «Chi è? È entrato qualcuno? È un altro scherzo?». Dodo disse semplicemente: «Sono Dodo, un ranocchio solo e triste, perché sono un ranocchio che non sa saltare e faccio la tartaruga pur non essendolo. Tu chi sei?».

«Io sono il Re Sua Bontà. Mio fratello, avido di potere, mi ha fatto rinchiudere qui dentro per impossessarsi del mio regno, il regno di Felicità. Sono tanti anni che sto qui dentro. Hanno tutti paura di entrare! Hanno tutti paura di me, ma sono solo un re che piange forte perché  è solo e disperato!».

Dodo chiese: «E perché non esci?». Re Sua Bontà rispose: «Mio fratello ha fatto fare un incantesimo dal suo mago di fiducia: finché nessuno fosse entrato nella grotta, io non sarei potuto uscire. Tu hai vinto la paura dell’ignoto, spinto dalla tua bontà, e hai rotto l’incantesimo. Per questo ti sono grato! Mi hai reso felice! Ed io voglio rendere felice te!».

Corsero nel regno ex Felicità che, dal rientro del Re Sua Bontà tornò a chiamarsi Regno Felicità, e la prima cosa che fecero fu andare dal Mago Felicino, il mago di fiducia del re, ma quello buono! Compresa la situazione, Mago Felicino fece un incantesimo a Dodo: «Nel momento in cui ti rotolerai nella melma facendo quattro volte CRA-CRA-CRA-CRA, questa si indurirà fino a diventare un forte guscio. Nel momento in cui salirai sulla roccia facendo quattro volte CRA-CRA-CRA-CRA, le tue zampe sapranno fare dei lunghi salti. Sarai, così, una tartaruga che sa saltare e un ranocchio con un bel guscio. Sarai l’essere più unico, straordinario e completo del mondo».

Dodo, tornato a casa, si rese conto che tutti erano stati malissimo per la sua assenza: avevano tanta nostalgia di lui, del suo cuore buono, del suo modo buffo di muoversi. Tutti sentirono tanto amore per lui, lui sentì tanto amore per gli altri.

Non aveva più bisogno di trasformarsi in quello che non era: era Dodo, il ranocchio più amato del mondo, e non serviva altro.

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