Anima nera

da | 22 Nov 2020

Anima nera

Tempo di Lettura: 5 minuti

L’incontro con l’Ombra svela la verità. Viviamo dell’illusione che la nostra vita si svolga lungo le vie illuminate della nostra esistenza, ma siamo fatti di luce e di ombra, come splendidamente ci mostra Sara Calabrese nella sua fiaba Anima nera, scritta nel corso dei laboratori di crescita personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo. Più e più volte, siamo i protagonisti di azioni e comportamenti che non riconosciamo, che rifiutiamo, perfino che detestiamo e odiamo. Li osserviamo negli altri e nei loro confronti esprimiamo tutto il risentimento che, in fondo, proviamo inconsciamente verso noi stessi. L’eterna lotta tra bene e male che caratterizza la vita e le sue traduzioni artistiche e letterarie spiega il rifiuto costante dell’uomo di affrontare la sua ombra. Prendere atto che l’ostilità, l’avversione o la rabbia che proviamo per alcune persone sono le stesse che proviamo per aspetti della nostra personalità di cui non siamo consapevoli e che proiettiamo sugli altri, proprio a causa di questa inconsapevolezza, significa già imparare ad assorbire l’Ombra e iniziare a dialogarci.

 

Anima nera

C’erano una volta, e in verità ci sono ancora, due gemelle di nome Alba e Nigra. Erano diverse, ma così diverse che non smettevano mai di litigare. Alba si dava arie da grande, atteggiandosi a sorella maggiore, mentre Nigra aveva l’anima ribelle, mascherata dai modi dolci e le fattezze seducenti come cioccolato fuso. Alba, al contrario, aveva i toni pungenti, ma i lineamenti e le maniere spigolose nascondevano uno spirito zuccherino e un’indole tutta sorrisi.

Alba era il chiarore del sole, il conforto di una carezza, il riverbero della speranza e il tepore voluttuoso di un bacio sulla guancia. Nigra era una notte senza luna, nera come l’incubo più angoscioso, oscura e inaffidabile come il fondale di un lago nella penombra del crepuscolo.

Le gemelle altro non erano che le due forze dirompenti dell’animo umano, l’ombra e la luce, e in particolare Alba e Nigra erano le scintille che infiammavano il cuore di una ragazza chiamata Sofia. Il nome, tuttavia, non ha importanza. La nostra protagonista avrebbe anche potuto chiamarsi Serena, Alice o Ginevra, perché tanto l’ombra e la luce si muovono danzando nel cuore di ogni uomo o donna.

Ma torniamo un attimo a Sofia. Il suo, di cuore, non era una casa accogliente, proprio no. Era giovane ma già pieno di cicatrici, tagli e ferite, molte delle quali sanguinavano ancora. Alba e Nigra, però, lo trovavano bellissimo. Lo amavano perché quando batteva, il cuore di Sofia emanava una melodia meravigliosa, dolce e fresca come gelato alla panna che si scioglie sulla lingua.

La ragazza, però, non era d’accordo. Non percepiva più la bellezza della musica, sentiva solo la fatica di continuare a suonarla, per cui un giorno raccolse le sue lacrime in un calice, bagnò le dita nel liquido salato e tracciò sul pavimento una stella a cinque punte. Si sedette al centro e invocò strega Mortenzia.

Sofia chiamò e chiamò fino a quando la megera non arrivò. Mortenzia era spaventosa a vedersi. Nuda, immobile in una posa flessuosa, coperta di peli neri come pelliccia di una pantera, la sua bocca ghignante sembrava una rosa spinosa.

“Hai osato invocarmi?” tuonò e Sofia, spaventata, si strinse nelle spalle magre e curve, il volto devastato dal pianto come una pineta dopo la tempesta.

“Sì, l’ho fatto”, rispose con voce fioca.

“Per quale motivo mi hai chiamato?”

Strega Mortenzia aveva il capo coperto da un velo nero. Anche i suoi occhi erano neri, scuri e lucidi come l’ossidiana. L’anziana la guardò. Sul suo volto ricamato di rughe l’espressione era severa.

“Ti prego, dammi qualcosa per addormentare il mio dolore”, supplicò Sofia.

“Sei sicura, bambina? La sofferenza può essere una grande maestra”, rispose Mortenzia.

“Sono sicura”.

Senza parlare, la strega si morse il polso fino a recidere le sottili vene violacee che sporgevano dalla pelle raggrinzita.

“Amaro e velenoso è il mio sangue, come le radici dei melograni, ma preziosi sono i miei insegnamenti. Te lo ripeto ancora una volta, non vuoi raccogliere i frutti del tuo dolore?”

Mortenzia la guardò con occhi di tenebra. Nella sua postura eretta c’era la maestà di Lilith e Inanna, dalla feroce dolcezza dello sguardo traspariva la potenza della Melaina. Sofia tremò, ma senza dire una parola si avvicinò e leccò il liquido viscoso. Minuscoli rubini cadevano ticchettando sul parquet della stanza.

Fu in quel momento che Nigra prese una decisione. Si abbigliò con strascichi di vecchi rancori e rigurgiti di rabbia, mise tra i capelli un velo di risentimento e corse a cercare sua sorella.

“Presto, dobbiamo fare qualcosa, Sofia ha bevuto il sangue di strega Mortenzia”.

In quel preciso istante la musica della vita si arrestò e Alba capì che la questione era seria. Per una volta non filosofeggiò, e invece di declamare perle di saggezza, prese la mano della gemella e disse:

“Andiamo da strega Mirabilia, la sorella di Mortenzia, lei ci aiuterà.”

Strega Mirabilia era la maga dei colori. Abitava nella foresta dei sussurri, dove gli alberi erano pennelli che ogni giorno dipingevano il cielo con immagini diverse.  Il suo lavoro era fabbricare sogni, mescolando un po’ di questo e un po’ di quello, una risata di bambino con un ciuffo di nuvola, una lacrima di gioia con la coda di una cometa. Li metteva in piccole mongolfiere e li spediva nel cielo, con precise indicazioni sui destinatari.

“Mirabilia, Mirabilia”, gridarono in coro le due gemelle.

La strega, che stava preparando una torta molto speciale, si girò sorridendo verso le nuove arrivate. Aveva i capelli che cambiavano colore a ogni soffio di vento e gli occhi erano uno giallo e uno viola. Sull’orlo del suo lungo abito bianco e oro ronfava Fantasio, il gatto magico che con le sue fusa assorbiva le emozioni negative.

“Benvenute amiche”, disse Mirabilia, e le invitò a sedere nella bolla di sapone dai colori cangianti che era la sua casa volante.

Davanti a un bicchiere di vino di more e a una fetta di dolce al sapore di notte stellata, Alba e Nigra raccontarono alla strega le loro disavventure.

“Sofia eh? I miei sogni non le arrivano più. È diventata dura e impenetrabile come la roccia. Se vogliamo salvarla dobbiamo far sì che un po’ di speranza filtri dentro di lei”.

“E come?” chiese Alba.

“Diamoci le mani”, rispose Mirabilia, “vi porterò in un luogo speciale”.

Un lampo di luce avvolse le tre amiche e le teletrasportò in una grotta di ghiaccio irta di stalattiti e stalagmiti affilate come lance.

“Dove siamo?” domandò Nigra.

“Nel cuore di Sofia”, disse la strega, “il dolore ha formato una corazza così fitta che nessun’altra emozione riesce a entrare”.

“E noi come facciamo ad arrivare fino a lei?”

“Questo dovete scoprirlo da sole”, rispose la strega, e si sedette in un angolo con Fantasio che ronfava tra le sue braccia.

Alba e Nigra le provarono tutte. Tentarono di aprirsi la strada a pugni e calci finché Nigra non si ferì.

“Tesoro mio” disse Alba, e abbracciò la sorella, sporcandosi col suo sangue.

In quel momento, quando luce e ombra si fusero l’una con l’altra, il ghiaccio si sciolse, rivelando le pareti del cuore, rosse e morbide come la polpa di una fragola matura. Al centro della grotta scarlatta, in una bara di cristallo, riposava l’anima di Sofia, sorvegliata a vista da un corvo, una civetta e una colomba.

“Guardala”, disse Alba.

“È bellissima”, fece eco Nigra.

Le due gemelle si presero per mano e si avvicinarono alla tomba. La loro Sofia non era morta, il soffio vitale vibrava ancora nel suo petto e, mentre si tenevano strette l’una all’altra, nella grotta iniziarono ad arrivare le mongolfiere di Mirabilia, portando sogni, speranze e nuovi progetti.

Lentamente la musica della vita ricominciò a suonare, così forte e chiara che Alba e Nigra si misero a ballare. Le ferite del cuore iniziarono a cicatrizzarsi. C’erano ancora, ma adesso non sanguinavano più. Formavano un meraviglioso merletto sulla parete pulsante di vita nuova. Le due gemelle sapevano che il dolore non era scomparso, ma adesso c’era anche la speranza nell’animo di Sofia.

“Ben fatto ragazze”, disse Mirabilia.

“Ora Sofia è pronta a trovare la sua perla in fondo all’abisso”, fece eco Mortenzia, che era comparsa accanto alla sorella.

“Ma non abbiamo fatto niente”, protestarono le gemelle, stupite.

“Il segreto è nell’equilibrio”, esclamarono in coro Mirabilia e Mortenzia prima di sparire.

Da quel giorno Sofia ritrovò la gioia e l’energia. Non visse per sempre felice e contenta, perché, come noi tutti, ebbe altri momenti bui, ma adesso sapeva che dopo il dolore c’è sempre la gioia.

E Alba e Nigra?

Litigano ancora, di tanto in tanto, ma non smettono mai di darsi la mano e danzare!

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