Il paradosso dell’apprendimento: imparare è, prima di tutto, disimparare

da | 8 Set 2021

Tempo di Lettura: 4 minuti

Se il computer va lento, una delle raccomandazioni che ci fa il nostro tecnico è di eliminare file e documenti che prendono un inutile spazio e che saturano la memoria. Poi, con il tempo, arrivano macchine con una memoria sempre più estesa. E, allora, possiamo permetterci di non cancellare cartelle, filmati, foto e ogni altro documento che non consultiamo da anni. Ma la verità è che sono tutti lì e che, in qualche modo, creano intralcio, anche se non ce ne accorgiamo, al lineare funzionamento della memoria. Con gli anni, infatti, siamo diventati accumulatori, visto che non vogliamo disfarci di informazioni che ormai non ci servono più. Ecco: il nostro cervello funziona pressappoco così. Mentre, però, nel giro di diciotto mesi al massimo le macchine diventano sempre più evolute e capaci, il nostro cervello (che, per evolvere in capacità ci mette millenni) fa una fatica enorme a star dietro alla gran quantità di informazioni che riceve.

L’apprendimento inizia quando dimentichiamo

Basti pensare che ogni tredici mesi le informazioni disponibili online raddoppiano, con notevole mortificazione sulle capacità attentive, di concentrazione e di memorizzazione delle informazioni. A scuola, la questione si trasferisce sul piano degli apprendimenti. Quale soluzione?

  1. Perdere informazioni, dimenticare, disimparare e, subito dopo,
  2. optare per un apprendimento di qualità, demandato all’estro e alla creatività dell’insegnante.

Imparare vuol dire acquisire nuove conoscenze. Ma come si fa a imparare quando si è saturi di informazioni? Basterebbe, infatti, immaginare come verremo percepiti se tutti potessero leggere nei nostri pensieri.

  • La confusione,
  • il repentino cambiamento di idee (espressione, peraltro, della tardiva maturazione dell’io delle persone),
  • la disattenzione,
  • la facile distraibilità,
  • il salto da un pensiero a un altro,
  • la quantità di nuove informazioni che ci raggiungono

stanno determinando un’invisibile disabilità.

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Sempre meno attenti

Il caos imperante, sia interiore che esteriore, che caratterizza l’uomo moderno, non può, infatti, che essere percepito come un indicatore di una disabilità, che ha l’unico vantaggio nel privilegio di esser mantenuta nascosta solo perché invisibile agli occhi.

La confusione con cui viviamo inibisce il processo di apprendimento lineare, quello a cui ci ha abituato la scuola. Serve qualcosa in più per imparare oggi:

  • motivazione,
  • interesse,
  • entusiasmo,
  • fiducia,
  • emozioni

Ma serve anche fare spazio in una “memoria satura”, perdendo conoscenze inutili (ciò da cui è affollata oggi la nostra mente), ovvero cancellando informazioni che occupano inutilmente spazio e intralciano il pensiero, o riorganizzandole per evocare (come diceva Socrate) quelle che servono e di cui si dispone senza averne consapevolezza.

Alleggerire la memoria, dunque, significa imparare a dimenticare, a disimparare.

In che modo si dimentica?

La mindfulness direbbe: “Facendo il vuoto nella mente” o, più semplicemente, riconnettendosi al presente e a se stessi. Riconnettendosi ai contenuti archiviati correttamente con le associazioni emozionali che ne fanno un apprendimento implicito. Lasciando andare, al tempo stesso, ogni informazione che crea stress alla memoria o, meglio, sostituendo i contenuti completi e quelli incompleti e disfunzionali.

L’insegnamento creativo e personalizzato, appannaggio del docente con elevati livelli di intelligenza emotiva, può mettere ordine negli apprendimenti con la motivazione e l’entusiasmo, depurando la mente dalle informazioni tossiche che impallano la memoria e la obbligano allo sforzo del richiamo.

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Superfici rugose

Il cervello elabora costruzioni concettuali sofisticate. Quando ascoltiamo una storia, non la registriamo parola per parola ma la ricostruiamo nella nostra mente con il linguaggio del nostro pensiero.

Per questo, ognuno racconta un film in modo diverso: questione di mappe mentali personali, dunque. E, in effetti, è proprio di quello che si tratta:

  • recuperare la mappa (il percorso mentale, dunque) con cui una persona immagazzina informazioni e
  • individuare valori (quindi, emozioni),
  • interessi e credenze che, una volta sollecitati, rendano nuovamente disponibili quegli stessi contenuti, magari in forme diverse.

Per la lezione in classe è la stessa cosa. Ogni alunno ricostruisce la lezione con il proprio linguaggio. Il cervello non è un foglio bianco sul quale si scrivono le cose ma una superficie rugosa su cui alcune cose aderiscono, mentre altre no.

L’apprendimento adattato

Facciamo un esempio, tratto dal libro “La vita segreta della mente” di Mariano Sigman. Immaginiamo di proporre il seguente quesito matematico a una classe: dovete salire all’11º piano di un palazzo da 25 piani in cui c’è un solo ascensore che dispone di due soli pulsanti, uno giallo che sale di nove piani e uno verde che scende di sette. L’ascensore resta immobile se, premendo il pulsante giallo, non ci sono sufficienti piani a salire; l’ascensore resta immobile anche se, premendo il tasto verde, non ci sono sufficienti piani a scendere.

Ora, il quesito sarebbe: “Qual è la sequenza corretta dei pulsanti per arrivare all’11º piano?” Ma la classe potrebbe non comprendere il quesito logico matematico. E allora la consegna dell’insegnante può diventare: “Traducete il problema in una modalità a voi facilmente comprensibile”. Cioè, in altre parole: “Rendete lo stesso quesito con un linguaggio che sia per voi familiare e comprensibile.”

Quando gli studenti eseguono opportunamente la consegna, arrivare alla soluzione diventa molto più semplice.

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Ricostruire le informazioni

Questo semplice esercizio dimostra come ricostruire delle informazioni con il linguaggio del pensiero con cui qualcuno ha più familiarità le renda maggiormente accessibili alla stessa persona. In altre parole, è come se le informazioni comuni a tutti si adattassero alla superficie rugosa della mente del ragazzo.

Quando, infatti, una persona scopre qualcosa, la analizza in funzione della propria cornice concettuale (che è carica di intuizioni). In questo preciso istante alcune informazioni vengono completamente rivoluzionate. Ma, se incontrano l’unicità della mente del ragazzo e il suo talento, si fissano, diventando finalmente un apprendimento per la vita.

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