Due Gemelle

da | 5 Set 2021

Tempo di Lettura: 5 minuti

Nella fiaba che vi presento, dal titolo «Due Gemelle», scritta nel corso di un laboratorio di evoluzione personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, l’autrice, Valentina Pisano, ci mostra come quando troviamo il coraggio per allargare la nostra zona di comfort e uscire fuori dalla prigione che inevitabilmente ci costruiamo per adattarci e convivere con le nostre paure, quella che apparentemente sembra una perdita, in realtà, spesso si rivela come un guadagno e una grossa opportunità per se stessi e per gli altri.

 

DUE GEMELLE

C’erano una volta due gemelle siamesi. La mano destra dell’una era unita, da un sottile lembo di pelle, alla sinistra dell’altra, facendo combaciare alla perfezione due mignoli identici. Figlie di un fornaio e di una maestra, crebbero istruite in casa, al riparo dal sole che le avrebbe desquamate e dal gelo che avrebbe indurito la pelle che le univa fino a farla spezzare. Si appassionarono, sin da bambine, alla musica e insieme appresero, usando ognuna la mano che restava libera, a suonare l’arpa, un vecchio esemplare che una sera trovarono impolverato in cantina. Pare che il loro nonno paterno l’avesse barattata, tanti anni prima, con una robusta sega da falegname di cui volle sbarazzarsi per aver causato, per sbaglio, l’amputazione del dito mignolo del suo unico figlio. Questi provò un tale dolore che, quando da adulto vide nascere le sue figlie con le mani incollate, si rifiutò di seguire il consiglio del medico, che aveva suggerito di separarle alla nascita finché l’epitelio era ancora fragile e prima di creare un possibile trauma da separazione. Decise, invece, di preservare le loro mani e la loro unione rinchiudendole in casa, badando, tuttavia, che nulla mancasse loro e che un’autentica felicità regnasse in quelle stanze, di modo che nessuna delle due potesse mai sentire l’esigenza di uscirne.

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Fu così che le due fanciulle vissero i primi quindici anni della loro vita dentro uno spazio di tre piani, in stanze pulite, ordinate e luminose, accontentate e viziate come fossero due principesse, in compagnia di due genitori amorevoli e di un’insegnante di musica che trasmise loro tutti i segreti dell’arpa e del canto.

Purtroppo, in una giornata caldissima di tardo agosto, l’insegnante che le aveva tanto amate ebbe un grave incidente e morì. Così, venne subito sostituita da un’altra, una giovane concertista che dovette cedere alle insistenze implacabili del fornaio, accettando alla fine l’incarico. Arrivò in casa proprio nel giorno in cui si svolgeva la cerimonia di addio alla vecchia istruttrice, durante la quale le due gemelle suonarono e cantarono come mai prima. Nell’ascoltare quella musica celestiale, la concertista fu mossa da una tale invidia che dovette uscire da quella casa, decisa a non farvi più ritorno. Ma di notte, mentre si rigirava nel letto, le balenò in mente il terrore che qualcun altro potesse scoprire quei talenti e portarli nel mondo, con lei che sarebbe stata spogliata dei successi che stava collezionando perché incapace di competere con tanta grazia. Escogitò, dunque, un piano, convinta del fatto che fosse quell’unione a creare l’armonia perfetta e che, se disunite, le due gemelle non sarebbero mai più state capaci di riprodurre quanto eseguito in passato. Sarebbe stato sufficiente un istante, una corda tagliente, un movimento brusco e quella magia sarebbe stata spezzata per sempre. Del resto, si trattava solo di un fragile lembo di pelle, talmente sottile da essere quasi trasparente, ma allo stesso tempo in grado di cambiare ogni cosa.

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L’insegnante fece passare un po’ di tempo prima di decidersi ad agire, finché un giorno, fingendo di essere scontenta del loro lavoro, cominciò a colpire loro le mani, a ogni immaginario errore, con una bacchetta di legno. Quest’ultima, all’estremità, era dotata di una lama di precisione, talmente sottile da essere a malapena visibile, con la quale, preso coraggio, con un colpo secco tagliò di netto la pelle che univa le due mani. Non uscì sangue. Le due gemelle svennero. Presa dal panico e convinta di averle uccise, l’insegnante abbandonò la casa portandosi dietro l’arpa, decisa a sbarazzarsene come fosse l’arma di un delitto e pronta a scomparire per un lungo periodo.

La sera, al suo ritorno, il padre trovò le figlie separate e prive di sensi. Riuscì a rianimarle, ma si accorse che l’una aveva perso la parola e l’altra l’udito. Per questo erano incapaci di comunicare e rivelare cosa fosse successo. Inoltre, nessuna delle due ragazze riusciva più a muovere la mano che per tanto tempo era stata incollata all’altra e ciò le fece disperare. Tutto ciò che avevano sempre avuto nella vita era la loro musica e il godere della compagnia l’una dell’altra, ma ora questa complementarietà era svanita ed esse si sentivano mutilate, smarrite. Dal canto suo, il padre cadde nella più profonda desolazione, da una parte, rivivendo l’incubo dell’amputazione che lo aveva coinvolto da bambino e del quale non si era mai liberato, dall’altra, sviluppando una diffidenza che lo portò a rinchiudere ancora di più se stesso e il resto della famiglia nel dolore e nella solitudine. Furono giorni bui in cui regnarono il silenzio e la durezza. I muri si fecero più spessi e l’aria irrespirabile, densa di un fallimento che ognuno doveva poter espiare, di un tradimento involontario che necessitava di un colpevole. Fu allora che la madre, che vedeva le sue figlie spogliarsi, strato dopo strato, della voglia di vivere, decise di porre fine a quella prigionia che avrebbe finito per spegnerli uno alla volta, cancellando le tracce della loro esistenza così come aveva già soffocato il ricordo delle loro risate. Un tempo aveva amato suo marito, proteggendolo dal suo trauma, dalla sua paura, perfino da se stesso fino ad assecondarlo nel suo disegno folle, ma ora era cosciente che lui si stesse indurendo fino a perdere il contatto con la realtà e comprese che gli unici individui che avevano sempre avuto bisogno della sua protezione erano le sue due creature, rapite alla vita per quindici lunghi anni. Quindi fece i bagagli per tutte e tre, rispolverò la sua patente e caricò sul furgone col quale suo marito era solito trasportare il pane i bagagli e le due ragazze.

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Intrapresero un viaggio che durò per mesi. Consultarono degli specialisti in tanti paesi diversi, poi si spinsero fino in India a interrogare un famoso santone della zona. In seguito, si spostarono in Cina, tentando la via della medicina orientale, per poi passare del tempo in ritiro spirituale con i monaci birmani fino alla mattina in cui intrapresero la traversata dell’Oceano. Stanche del lungo percorso, le tre donne decisero che era tempo di fare la prima vera sosta e si fermarono in un’isola quasi deserta. Con sorpresa, vennero accolte dagli indigeni del luogo che organizzarono una festa in onore del loro arrivo. Tutti mangiarono e bevvero fino al mattino, persino le ragazze, ormai abituate dai viaggi degli ultimi mesi a entrare in contatto con estranei di ogni genere. Il mondo non era poi il luogo così pericoloso che loro padre aveva dipinto. Era, invece, rassicurante essere circondate dall’accoglienza di persone allegre e pure. Nello stesso istante, le due gemelle ex siamesi realizzarono che la loro tristezza era svanita insieme alla ragione che per lungo tempo l’aveva causata. Quella che ad entrambe era sembrata una perdita si era rivelata, in realtà, un’acquisizione e si resero conto che era il mondo esterno, stavolta, e la condivisione di un’emozione legata a un’esperienza nuova a renderle vicine .

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In quell’isola, un luogo quasi vergine, c’era certo bisogno di una maestra, e la madre delle gemelle decise che era un posto ideale per ricominciare. Di suo marito non ebbe più notizie, né ne cercò, ma era certa che si sentisse più tranquillo in compagnia della sua ossessione, nella prigione che aveva costruito per convivere per sempre con le sue paure. Le due gemelle si stabilirono per un po’ in quell’isola deliziosa, per poi separarsi con l’intenzione di rincontrarsi ogniqualvolta fosse stato possibile. Una restò a vivere nella casa che avevano condiviso e si sposò con un uomo adorabile che le insegnò la lingua dei segni e la condusse in giro per il Pacifico in una barchetta a vela a cui diede il suo nome. L’altra inventò una nuova disciplina chiamata “danza muta” e la portò in tutto il mondo, liberando dalla prigionia tutte le anime senza parole come lo era stata lei.

E così, in un libero movimento di esistenze mutevoli sospese in aria come nuvole sognanti, tutti vissero felici e danzanti.

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