Il campo degli aridi

da | 21 Feb 2021

Il campo degli aridi

Tempo di Lettura: 3 minuti

Nella fiaba che vi presento, dal titolo «Il campo degli aridi», scritta nel corso di un laboratorio di evoluzione personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, l’autrice, Carmen Pietroluongo, ci mostra lo straordinario potere insito nella relazionalità. Quando il nostro sguardo si rivolge all’altro, con affetto, premura ed empatia,​​ la speranza rinasce e anche un campo arido si può trasformare in un rigoglioso giardino pieno di ogni forma di vita.

IL CAMPO DEGLI ARIDI

C’era una volta una fogliolina piccola piccola, di colore sbiadito, che spuntava e faceva capolino in un terreno brullo, secco e immenso. Per molti mesi visse solitaria in quella distesa assolata, pioveva raramente, spesso le gocce di sudore le cadevano copiose, si inumidiva e si dissetava in autonomia, nonostante l’aridità del terreno.

Purtroppo non cresceva, né cambiava colore come le sue lontane coetanee, finché un giorno spuntò dal terreno bagnato dal suo sudore un filo d’erba: alto, snello, vanitoso, di un bel verde intenso che sembrava un principe in quel contesto. La fogliolina cercò di fare amicizia col suo nuovo vicino, ma il filo era troppo orgoglioso del suo aspetto e della sua unicità per poter dialogare con la misera, brutta e incolore fogliolina.

Piuttosto, quando lei sudava per il troppo caldo lui cercava, attraverso le lunghe radici, di succhiarle la linfa vitale per diventare l’unico esemplare dell’ambiente. Sognava di espandersi come “il re del campo degli aridi”. I mesi trascorrevano in quell’arsura e il filo, in assenza di acqua, s’incattiviva sempre più verso la fogliolina, lasciandola priva di cibo e di ossigeno. Ma la fogliolina saggia che aveva compreso il malessere del suo vicino di campo, con pazienza esemplare un giorno gli propose una sfida: riuscire a riprodursi in quel posto così sfavorevole e sterile.

Il filo presuntuoso accettò, supponendo di poter diffondere la sua natura e potenza senza l’aiuto o l’intervento dei suoi simili. Provò molte strategie: chiese alle sue radici di crescere e di espandersi, ma queste non rispondevano; più si sforzava e più esse rimanevano immobili, paralizzate. Poi si rivolse al Sole affinché gli procurasse l’ombra o facesse intervenire un’estesa nuvola di pioggia per innaffiarlo, ma esso era sordo ai suoi appelli.

Ormai non poteva fare affidamento sul sudore della fogliolina che silenziosamente si stava spegnendo per l’arsura e per gli abusi ricevuti dal suo simile. D’improvviso il filo iniziò ad avere paura della solitudine: se la fogliolina fosse morta, lui come sarebbe sopravvissuto se nessuno gli avesse fatto compagnia o lo avesse aiutato a nutrirsi? Non poteva permettere di estinguersi visto che era un esemplare raro.

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In quel deserto ogni invocazione era inascoltata: né fauna, né flora si riproducevano. Che fare? Ormai il filo non pensava ad altro a tal punto che si dimenticò della sua bellezza e pensò: “Forse se unisco la mia radice a quella della spenta fogliolina c’è una speranza.” La chiamò forte: «Fogliaaa, brutta foglia solitariaaa!». La foglia non rispondeva, era troppo debole e stanca per sopportare l’egocentrismo del suo prossimo.

Dopo vari tentativi il filo con l’unico piede di radice rimasto ancora vivo, scavò nella profondità del terreno fino a raggiungere, attraverso le tenebre, una sorgente d’acqua pura. Attinse, con voracità, forza ed energia da quella risorsa salvifica. Quando fu abbastanza soddisfatto e ristorato continuò il suo viaggio in un tunnel che scavò in orizzontale rispetto alla posizione della foglia.

Ormai sporco, non più bello e lucido, il filo allungò la mano, avvolse la sua radice in quella della fogliolina sofferente e agonizzante; poi la dissetò a lungo, per giorni e giorni, ormai incurante del suo aspetto e delle sue esigenze. L’affetto, la premura e l’acqua costanti permisero alla foglia di rinascere e non solo, ma anche di crescere e cambiare aspetto: era diventata una bellissima specie di foglia cuoriforme, straordinaria per quell’habitat.

Quando si accorse del suo mutamento, la foglia chiamò il suo vicino ma il solitario e presuntuoso filo d’erba non esisteva più. Il campo arido era diventato un giardino con ogni forma di vita e tutti si riproducevano grazie a quell’impresa eroica di scavare nelle viscere della terra, alla ricerca di un senso di vita e di conservazione. L’ambiente era diventato rigoglioso, pacifico, collaborativo, una perfetta “catena alimentare”. Intanto, lassù il Sole aveva assistito a quel mutamento miracoloso e commosso decise di nutrire quel terreno. L’idea fu di chiamare almeno una volta alla settimana le sue compagne “Nuvole nere” affinché danzassero la pioggia, in armonia con gli esseri viventi, laggiù, non lontano o diversi da loro, bensì vicini nella solidarietà come “Madre Natura” crea e dispone.

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